Era il 2020

In questi giorni siamo tutti con la testa a pensare al dopo, perchè vivere l’oggi fa male agli occhi, al cuore, all’anima e alla nostra memoria. Per 3 minuti pensiamo che ciò che stiamo vivendo sia solo un ricordo lontano, qualcosa di già vissuto. Immaginiamo che il viaggio nel tempo cominci così.

Era il 2020 l’anno della Cina è lontana, del dove si trova esattamente Wuhan.

Era l’anno dell’attenti al virus che arriva sui barconi e invece no vola in aereo e viaggia sulla Business Class. L’anno del laviamoci le mani almeno per 20 secondi, dell’aumento dei prezzi dei disinfettanti, delle serrande abbassate, dei volti coperti dalle mascherine e delle strade deserte.

L’anno del chiudiamo cinema, teatri, musei e scuole, limitiamo i trasporti pubblici, incentiviamo lo smart working, del non si stanno facendo abbastanza test e non si sta realizzando un adeguato contact tracing.

L’anno del bollettino della Protezione Civile, del non è un’epidemia, ma una pandemia, dell’adottiamo delle misure di distanziamento sociale ed evitiamo gli assembramenti, delle autocertificazioni false e dei programmi televisivi senza pubblico.

L’anno dell’emergenza che non conosce confini, delle strategie di contenimento e mitigazione, della crisi sanitaria ed economica, della recessione e dell’ultimo saluto negato alle famiglie.

L’anno delle dirette sui social, delle videoconferenze sul divano, della mancanza di libertà, del cantiamo sui balconi o improvvisiamo un flashmob.

L’anno dell’incertezza della malattia, del nemico dell’umanità, della morte di milioni di persone, dell’esistenze sospese, del rinvio delle Olimpiadi di Tokyo e dei voli cancellati.

L’anno della corsa contro il tempo, ma il virus va più veloce, delle file al supermercato, della carta igienica che non si trova, dei bambini nati o concepiti durante la quarantena, del tempo dilatato e dei respiratori che mancano.

Supermarket during the Covid-19 outbreak

L’anno della perdita delle nostre certezze, dei numeri senza tregua, della fuga di notizie, dell’assalto ai treni, dell’immunità di gregge, del senso di responsabilità, del siamo tutti sulla stessa barca e del panic buying.

L’anno della riconoscenza per il servizio sanitario, delle domeniche senza il pallone, del siamo tutti ostaggi, delle fragilità, della didattica a distanza, del restiamo uniti, del senso di vuoto e del frigo pieno.

L’anno dell’andrà tutto bene, dell’ #iorestoacasa e degli abbracci mancati.

Era il 2020 l’anno in cui abbiamo imparato a prenderci cura gli uni degli altri.

Era il 2020 l’anno del non è la SARS o la MERS, ma dell’emergenza Covid-19. Tranquilli non era un linguaggio bellico, eppure la guerra l’abbiamo vissuta sulle mani e nei polmoni.

7
4
3
0
9
0